sabato 7 novembre 2009

Maoisti sul tetto del mondo

Boicottare le sedute parlamentari e impedire l'approvazione del bilancio statale. È questa l'ultima mossa della protesta maoista che dal 1 novembre paralizza il Nepal per ripristinare la «supremazia civile». E mentre il governo cerca di bypassare l'ostruzionismo maoista, Surendra Pandey, ministro dell’Economia, lancia l'allarme: «se il partito maoista non approverà il bilancio statale e non fermerà le manifestazioni, tra due settimane il governo non avrà più soldi per erogare i principali servizi alla popolazione ». Curiosamente a rassicurare il popolo nepalese è Pushpa Kamal Dahal, il leader maoista più conosciuto con il nome di battaglia Prachanda che, accogliendo le richieste degli ambasciatori stranieri, ha revocato lo sciopero generale e la manifestazione di protesta che avrebbe dovuto bloccare nei prossimi giorni l'aeroporto internazionale di Kathmandu. Posticipata, almeno per ora, è anche la proclamazione di «provincie autonome» maoiste, prevista per il 9 novembre.

Il piccolo paese himalayano sembra non trovar pace. Nel aprile 2008 la nomina a Primo ministro di Prachanda, aveva suscitato grandi aspettative. L'ex guerrigliero e leader maoista avrebbe dovuto guidare una coalizione di ben 22 partiti con il compito di redigere una nuova Carta costituzionale e sancire la definitiva fine della guerra che aveva visto opposti la lotta armata maoista e la monarchia assoluta del re Gyanendra, deposto nel 2006. Speranze infrante nel maggio di quest'anno, quando Prachanda ha rassegnato le dimissioni dopo un violento scontro istituzionale con il presidente Rambaran Yadav. Causa del contendere la decisione di Prachanda di estromettere dalla guida dell'Esercito nepalese il generale Rookmangud Katawal, reo di non aver voluto integrare le milizie maoiste all'interno delle truppe regolari dopo la fine della guerra civile Da mesi Prachanda e suoi accusano il governo di violare i diritti della popolazione e domenica è scattata la fase due delle proteste.

Le manifestazioni
hanno toccato il loro culmine martedì, quando centinaia di militanti maoisti hanno bloccato con i sit-in le attività dei 75 distretti amministrativi del paese, impedendo l'ingresso e l'uscita di dipendenti. Una strategia che, secondo il governo, viola il Trattato di pace del 2006 che ha messo fine alla guerra civile. Quale soluziona allora? Kathmandu rimanda al mittente la proposta di governo di larghe intese auspicata dalle Nazioni Unite, bollandola come «interferenze esterne». Dopo aver messo in allerta le forze armate, ha però cercato l'appoggio dell'India.

Ma, così come il governo nepalese, anche Nuova Delhi deve fronteggiare in casa propria la guerriglia maoista, che negli ultimi mesi ha intensificato gli attacchi, con rapimenti e uccisione di poliziotti, dopo aver causato più 6000 morti in vent'anni. Messi fuorilegge a giugno i maoisti indiani, meglio conosciuti come naxaliti, si dicono ora disposti al dialogo con il governo indiano. Aperture confermate dal capo dei guerriglieri Koteswar Rao - alias Kishenji – che pone come condizione il «cessate il fuoco» e denuncia la violenza dei paramilitari inviati dal governo indiano che «uccidono gli innocenti con la scusa di combattere i maoisti». I rapporti tra i maoisti dei due stati sono solidi. Dopo mesi di smentite il Comitato permanente del partito maoista nepalese ha confermato «il pieno supporto e la cooperazione con i naxaliti»,suggellati a fine ottobre, così riporta il giornale filo maoista Rajdhani daily, da un incontro tra Kishenji e i leader maoisti nepalesi.

Pubblicato su il Fatto quotidiano

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