giovedì 8 luglio 2010

Due generazioni di scrittori a confronto

In Cina c'è un nuovo 'Partito': la rivista letteraria fondata dallo scrittore e pilota di rally, Han Han. Annunciata lo scorso anno, l'uscita del bimestrale fu più volte posticipata perché alcuni contenuti non avevano passato i controlli delle autorità. Ma arrivato martedì nelle librerie, il primo numero ha subito scalato la classifica delle vendite. “Abbiamo dovuto ordinare 140 copie in più”, ha detto al 'Quotidiano del popolo' un commesso dell'Hunan Book Town di Changsha.

Nato a Shanghai ventotto anni fa Han Han è, con 360 milioni di contatti, il più seguito blogger cinese. A diciotto anni pubblicò il suo primo romanzo. La storia parla di un giovane studente cinese alle prese con i diversi linguaggi del mondo che lo circonda: l’accademia, la burocrazia, la pubblicità e la moda.

Con il suo diario online è diventato il portavoce della sua generazione, i cinesi nati negli anni Ottanta, senza lesinare critiche contro chiunque non gli vada a genio, siano i circoli letterari che contestano il valore dei giovani scrittori o i funzionari corrotti. E ha visto molti suoi articoli 'armonizzati' -leggasi censurati- per aver parlato dei problemi sociali della Cina come il nazionalismo, l'aumento degli affitti, l'assenza di libertà.“Credo sia comunque tollerato perché non scrive mai in maniera diretta e non arriva mai al cuore del problema: la dittatura a partito unico”, disse al 'New York Times' un altro blogger, Ran Yunfei.

La rivista è una raccolta di saggi, racconti, reportage, foto. Non a caso il nome in cinese è 'Duchangtuan', il 'Coro dei solisti'. Ad aprire il primo numero sarà il saggio 'Green train' di Zhou Yunpeng, un poeta cieco che ricorda le esperienze in treno.

Il successo di Han Han non è un caso isolato nel Paese. Secondo un reportage del quotidiano 'Chongqing Evening News' sono oltre un milione gli scrittori professionisti cinesi che pubblicano soltanto online. Con guadagni che possono arrivare anche a 100mila yuan l'anno (circa 10mila euro) e a volte sfiorare il milione di yuan. Oltre alla possibilità per gli autori più cliccati e bravi di venir pubblicati da qualche casa editrice.

“Molti scrivono online, ma la qualità delle opere scarseggia”, ha detto lo scrittore Mo Yan a Ntnn. “I giovani ritengono di poter diventare famosi su internet', ha aggiunto l'autore di 'Sorgo rosso' in Sardegna per partecipare al festival letterario 'L'isola delle storie' di Gavoi.

Se la biografia di Han Han rispecchia il progresso e le contraddizioni della Cina post-denghista, Mo Yan è invece figlio degli anni Sessanta e Settanta. “Decisi di iniziare a scrivere perché quando ero bambino un amico mi disse di conoscere uno scrittore che mangiava tre volte al giorno”, ha raccontato Mo, “Ci pensate? Tre pasti, mentre noi vedevamo le persone morire di fame”

A undici anni fu costretto a lasciare la scuola e diventò un contadino. “Non ero simpatico al maestro perché parlavo troppo, allora anche una sola parola critica in più poteva costare cara a tutta la mia famiglia”. Per questo prima di uscire la madre gli raccomandava di stare zitto, un consiglio che ha ispirato il suo pseudonimo. Fu così che il piccolo Guan Moye divenne Mo Yan, 'senza parole'.

In campagna passava il tempo ad accudire gli animali e a sentire i racconti dei vecchi. “Sono stati la mia scuola, nei miei libri non c'è altro che quelle storie”, ha continuato Mo. Poi lasciato il villaggio decise di intraprendere la carriera militare perché “per i giovani di allora l'esercito era un sogno: buon cibo, una bella uniforme e un giorno alla settimana libero, una cosa impensabile nel mio villaggio”. Fu proprio durante la carriera militare che iniziò a scrivere, ispirato dalla lettura di Balzac, Calvino, Gabriel García Márquez. “Nella biblioteca della caserma non c'erano solo le opere complete di Marx”, ha scherzato.

Nel 1981 ha scelto di lasciare l'esercito. “I miei superiori non apprezzavano i miei racconti, io parlavo della vita dei contadini non di guerre, rivoluzioni ed eroi”, ha spiegato.

“Oggi i giovani non sono interessati alla Storia”, ha detto il fondatore della 'letteratura delle radici', “leggono i miei racconti per svago senza andare in profondità. Attraverso le storie del passato io cerco di raccontare il presente”.

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martedì 29 giugno 2010

Pcc: quota 78 milioni

Cresce ancora il Partito comunista cinese. Il più grande partito politico al mondo ha toccato quota 78 milioni di iscritti. Due milioni in più rispetto l'anno precedente, ben 116 volte il numero dei membri del 1949, quando fu fondata la Repubblica popolare. Lo ha detto oggi Wang Qinfeng, vice direttore del dipartimento per l'organizzazione del comitato centrale del Pcc.

Più dello slancio ideale o della convinzione politica a spingere i nuovi tesserati sono stati i privilegi di cui godono i membri: agevolazioni nel servizio sanitario e benefici sulla pensione, maggiori opportunità di fare carriera.

Una situazione descritta da Richard McGregor, corrispondente del Financial Times a Pechino, nel suo 'The Party: the secret world of China communist's rulers': il racconto di come la nuova classe dirigente cinese sia riuscita a mantenere segreti i modi con cui vengono selezionate le elité. “Il più potente centro risorse umane del mondo”, ha detto McGregor intervistato dal sito China Beat.

Ma due milioni di nuovi iscritti sono un numero limitato se confrontato con le 20 milioni di domande d'adesione pervenute. Per far parte del Partito serve una raccomandazione di qualche iscritto che garantisca sulla lealtà dell'aspirante tesserato.

Cambia anche il profilo dei membri del partito. Oltre un quarto hanno meno di trentacinque anni, un quinto è donna e sono oltre 28 milioni gli iscritti con una laurea.

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domenica 20 giugno 2010

Cina: caccia alla stampa occidentale


Il primo tentativo cinese di acquistare un importante media occidentale è andato a vuoto. Niente da fare per il Southern Daily Group, il 'Newsweek' resterà nelle mani del 'Washington Post'. In passato la Cina si è spesso risentita per l'atteggiamento della stampa straniera verso la politica di Pechino. Ora sono i colossi editoriali al di là della Muraglia a tentare la scalata al mondo dell'informazione internazionale.

Con edizioni in nove lingue, il 'Newsweek' è una piattaforma globale perfetta per i nostri progetti” ha detto Xiang Xi, caporedattore del 'Nanfang zhoumo', intervistato dal 'China Daily'. Il settimanale è la pubblicazione di punta del gruppo cinese, e forse il magazine più autorevole, liberale e indipendente del Paese. Lo scorso novembre riuscì a intervistare il presidente statunitense Barack Obama, durante la sua visita in Cina. Il resoconto dell'incontro, tuttavia, sparì da numerose copie del giornale, caduto molto probabilmente sotto la scure della censura. E lo stesso Xiang andò incontro a una retrocessione di grado.

Oggi il Souther Daily Group è invece tra i 70 pretendenti alla proprietà del 'Newsweek'. Il magazine statunitense è in crisi:dal 2007 ha perso 35.5 milioni di euro.

Nell'operazione non sarebbe coinvolto il governo di Pechino. “Si tratta della volontà di investitori privati e professionisti dei media”, ha voluto precisare Xiang. E se il primo approccio non è andato a buon fine il gruppo è pronto per un secondo assalto. Il fallimento non è infatti una questione di soldi. “Non sono riusciti a capire il perché della nostra offerta”, ha detto Xiang, “è difficile per loro capire il mondo dei media cinesi. Per un gruppo statunitense sarebbe stato tutto più facile”. Ma il progetto, ha continuato, mira a far si che il mondo possa conoscere meglio la Cina e viceversa.

Il tentativo, ha scritto Bill Bishop su 'Forbes', pone alcuni interrogativi: il governo americano è pronto a dare in mano ai cinesi uno dei suoi più importanti organi di stampa? Di contro: la strategia di Pechino di espandere il proprio soft-power acquistando media occidentali è o no una perdita di tempo e denaro?

Più fiducioso appare il professor Yu Guoming, vice-preside della scuola di giornalismo dell'Università del popolo a Pechino. “È una strategia incoraggiante”, ha detto al 'China Daily', “dobbiamo guardare al lungo periodo e focalizzare l'attenzione sull'espansione all'estero dei nostri media”.

Anche su l'Interprete internazionale

Foto: Ivan Walsh/flickr

sabato 29 maggio 2010

Prove di sindacato in Cina

Impiegati che si tolgono la vita perché pressati dalla disciplina dell'azienda e altri che scendo in piazza per un aumento di salario. I lavoratori cinesi riempiono le pagine dei giornali e spingono le multinazionali a sedersi al tavolo della trattativa.

Dieci giorni di sciopero nello stabilimento di Foshan hanno costretto la Honda a sospendere la produzione di auto in tutti e quattro i suoi impianti in Cina. E dire che il colosso automobilistico era forte dei 59mila veicoli prodotti ad Aprile, il 29 percento in più rispetto l'anno passato, e aveva annunciato un piano da 93 milioni di euro per incrementare la produzione. “Stiamo negoziando”, ha assicurato Yasuko Matsuura, portavoce della casa automobilistica giapponese, “non è ancora finita”.

I duemila operai della fabbrica chiedono che il loro stipendio venga equiparato a quello dei lavoratori di altri stabilimenti Honda. Vorrebbe dire passare dagli attuali 1500 yuan mensili (circa 130 euro) a 2000-2500 yuan. O almeno questi sono le cifre riportate dai media cinesi, insolitamente attenti alla protesta, mentre i vertici dell'azienda hanno preferito declinare ogni commento sugli stipendi.

Scioperi e manifestazioni non sono nuovi nella Repubblica popolare, ma la prassi vuole che la stampa gli dedichi poca attenzione e li classifichi sotto al dicitura “incidenti di massa”. A fare la differenza sono questa volta la portata della protesta e il fatto che sia coinvolta un'azienda giapponese. L'ostilità dei cinesi verso il Sol Levante è latente. I rancori per l'occupazione e i crimini commessi dall'esercito di Tokyo tra il 1937 e 1945 continuano a pesare sulle relazioni tra i due paesi. Come accaduto in passato, i sentimenti anti-giapponesi rischiano di sfociare in proteste popolari.

Vecchie ruggini a parte, lo sciopero di Foshan può rappresentate una svolta nelle relazioni tra lavoratori e imprenditori in Cina. “L'organizzazione e le dimensioni della protesta costringeranno il sindacato cinese a cambiare e adattarsi all'economia di mercato”, ha detto al New York Times il professor Zheng Qiao dell'Istituto cinese per le relazioni industriali.

Bandite le organizzazioni autonome i lavoratori al di là della Muraglia sono 'rappresentati' dalla Federazione dei sindacati cinesi legata al Partito comunista al potere. “È difficile pensare a un sindacato che difenda realmente gli interessi dei lavoratori”, ha scritto Geoff Crothall del 'China Labour Bulletin', un'organizzazione non governativa di Hong Kong impegnata nella difesa dei lavoratori. Ma pur con un sindacato allineato alle posizioni dei manager, sono in aumento le “azioni di base”, ha continuato Crothall.

E alla poca indipendenza dei sindacati si aggiungono le lacune giuridiche. Le proteste operaie si collocano in una zona grigia della legge cinese. Nella Costituzione approvata nel 1982, figlia degli anni bui della Rivoluzione Culturale, il diritto allo sciopero non è sancito. Allo stesso tempo nessuna legge lo vieta esplicitamente.

Attratte dall'opportunità di poter impiegare un'abbondante forza lavoro a basso costo, le imprese straniere sono ora costrette a fare i conti con le rivendicazioni dei dipendenti. Con la crescita dell'economia i lavoratori pretendono che anche i loro stipendi si adeguino. Condizioni ben note alle autorità cinesi. A febbraio, a cavallo del capodanno cinese i governi locali hanno deciso di rivedere verso l'alto i salari minimi. La prima ad adottare il provvedimento è stata la provincia costiera del Jiansu, con un aumento del 12 per cento. Seguita da grandi città quali Pechino, Shanghai, Chongqing, Canton e Dongguan

E all'indomani del decimo suicidio tra i dipendenti dall'inizio dell'anno, la Foxconn ha deciso di aumentare del 20 per cento le buste page dei suoi dipendenti, che oggi guadagnano circa 900 yaun al mese. Una decisione che anticipa di qualche giorno l'aumento dei salario minimo deciso dal governo di Shenzhen, dove sorge il complesso industriale dell'azienda. E rivela la preoccupazione dei vertici per la cattiva pubblicità e le proteste degli attivisti per i diritti dei lavoratori. A cui si sono aggiunte le indagini avviate dai colossi dell'elettronica per i quali la Foxconn produce componenti: Apple, Dell e Hewlett-Packard.

Ma, spiega Crothall le protesta alla Honda e alla Foxconn sono diverse. Se queste ultime sono gesti di disperazione individuale, quelle contro l'azienda automobilistica sono azioni collettive e unitarie.

[Pubblicato su Il Riformista del 29 maggio 2010]

martedì 25 maggio 2010

Tifosi


“Chaoxian jiayou!” Delusi dalla mancata qualificazione della Cina alla prossima Coppa del mondo, gli amanti del calcio al di là della Muraglia potranno consolarsi e tifare per la Corea del Nord.

Il ministero dello Sport nordcoreano ha messo a disposizione 1000 biglietti per permettere a un gruppo di attori, cantanti e comparse cinesi di seguire 'i rossi' di Pyongyang al Mondiale sudafricano.

Difficilmente i tifosi nordcoreani potranno andare a Johannesburg per incitare la propria Nazionale. Così il 15 giugno, nella partita d'esordio contro i penta-campioni del Brasile, dalle tribune dell'Ellis Park Stadium riecheggerà il tifo di un esercito volontario di ultrà' targato Pechino.

La memoria torna ai "volontari" inviati nel 1950 da Mao a sostegno dell'esercito di Pyongyang e del regime di Kim Il-Sung contro la Corea del Sud. E anche la retorica ricorda quella degli anni Cinquanta.

“La passione dei 'volontari' è ancora nei nostri cuori”, ha scritto Qi Ge, editorialista dell'Oriental Sports Daily, “il loro eroismo rivoluzionario e il loro romanticismo sono quello che serve ai tifosi cinesi”. E anche ai giocatori in casacca rossa verrebbe da dire. Considerato uno 'Stato canaglia' e isolato dalla comunità internazionale, la Corea del Nord difficilmente potrà attirare le simpatie del pubblico. Così come lontano appare il passaggio agli ottavi di finale. Oltre al Brasile, il gruppo dei nordcoreani comprende il Portogallo e la Costa d'avorio.



Ripetere l'impresa del 1966, quando la Corea del Nord, eliminata l'Italia del c.t. Fabbri, arrivò ai quarti di finale, sembra impossibile. In caso di successo però i tifosi nordcoreani potrebbero non godere della gioia di vedere la propria nazionale vincere.


L'emittente sudcoreana SBS ha acquistato i diritti per trasmettere i Mondiali nella penisola. Per vedere le partite Pyongyang dovrebbe perciò pagare 110mila euro. Ma i venti di guerra seguiti alle conclusioni dell'inchiesta sull'affondamento della corvetta sudcoreana Cheonan, colpita da un siluro nordcoreano hanno messo il calcio in secondo piano.

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mercoledì 19 maggio 2010

Il clochard modello

Dalla strada alle passerelle in poco meno di tre mesi. Diventato famoso tra gli internauti che lo hanno eletto “senzatetto più sexy della Cina", tanto da meritarsi lo pseudonimo di 'Brother Sharp' (fratello elegante), Cheng Guorong ha esordito il primo maggio nel mondo della moda cinese.

La notorietà è iniziata a febbraio, quando alcuni siti internet hanno rilanciato alcune foto del senzatetto e dato inizio a un 'human flesh search engine', un motore di ricerca umano, per scoprire chi fosse questo “principe dei vagabondi”.

Ritratto per le strade di Ningbo, nella Cina orientale, con i capelli lunghi, il pizzetto,e indosso una vecchia giacca a vento su un giubbotto di jeans e una camicia aperta, Cheng si è guadagnato l'attenzione prima degli internauti, poi del mondo del business e infine dei media internazionali.

E mentre su Tao Bao, rinomato portale per lo shopping online i vestiti ispirati allo stile di Cheng arrivano a costare fino a 9000 yuan (900 euro), sul web compaiono decine e decine di foto ritocchi che lo ritraggono nelle locandine di famosi film o nelle pubblicità di famosi marchi della moda.

L'identità di Brother Sharp non è più un mistero. È vedovo, padre di due figli e soffre di problemi mentali. Nato 34 anni fa nello Jiangxi, nella Cina meridionale, nel 2000 ha lasciato la sua casa e i suoi due figli in cerca di lavoro, facendo perdere ogni contatto tre anni dopo. Un mingong quindi, uno degli oltre 110 milioni di lavoratori migranti che lasciano le campagne per cercare fortuna nelle grandi città.

Grazie all'intervento dello stato Cheng, ora testimonial di una campagna per aiutare i senzatetto, è riuscito a ricongiungersi con la sua famiglia, ma c'è chi avanza l'ipotesi possa trattarsi di parenti fittizi e il fratello e la madre ritrovati siano soltanto degli attori.

Intanto dopo la prima sfilata, il popolo della rete si è diviso sulla scelta di alcune aziende di fare di Cheng un idolo delle passerelle. “Ricorda una tigre in gabbia” scrive un utente del popolare sito Chinasmack. “Non possiamo gioire per le sue sofferenze, lasciamogli vivere la sua vita” risponde un altro internauta.

Ma come ricordato Kent Ewing sulle colonne del Asia Times il “lato oscuro” della storia di Cheng Guorong è la schizofrenia, dimenticata da quanti ne hanno voluto fare un'icona della moda. Secondo i dati dell'Organizzazione mondiale della sanità 100 milioni di cinesi, (il 7 per cento della popolazione) soffre di malattie mentali. E per questo, ha scritto Ewing, come Brother Sharp, sono spesso abbandonati a se stessi.

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venerdì 9 aprile 2010

Rivalutare lo yuan?

“La prosecuzione degli incontri tra USA e Cina ai massimi livelli costituisce, al momento, la via migliore per tutelare gli interessi statunitensi”. Parola di Timothy Geithner, segretario al Tesoro del governo americano. È con questo auspicio che, di ritorno dal suo viaggio in India, Geithner è volato a sorpresa a Pechino per un colloquio con il vice-primo ministro cinese Wang Qishan, responsabile dei rapporti commerciali della Cina. I risultati del breve incontro sono stati però tenuti segreti. In uno scarno comunicato rilasciato dall'ambasciata statunitense si afferma che le due parti si sono scambiate opinioni sulle relazioni economiche tra i due Paesi, sulla situazione globale e sul prossimo incontro bilaterale che si terrà a maggio a Pechino. Non c'è stata l'attesa conferma di quanto anticipato dal New York Times che ieri dava per certo l'annuncio di una rivalutazione dello yuan nei prossimi giorni. Prima di giungere a Pechino, intervistato da una tv indiana, Geithner ha definito “nell'interesse della Cina” una maggiore flessibilità della propria moneta. Di diverso parere appaiono invece gli economisti al di là della Muraglia. “Un improvviso apprezzamento dello yuan sarebbe dannoso per l'economia globale e per i consumatori statunitensi” ha dichiarato Xia Bin membro del comitato per le politiche monetarie della Banca centrale cinese. Lo yuan, o renminbi, come viene comunemente chiamato, è una valuta non convertibile. Nel 2005 la moneta venne sganciata dal dollaro e subì una rivalutazione del 2,1 per cento, ma nel 2008 il governo cinese ha deciso di ancorarlo nuovamente alla moneta verde. Una decisione che ha agevolato in maniera sleale le esportazioni made in China, denunciano Unione Europea e Stati Uniti. Negli scorsi giorni il segretario al Tesoro aveva deciso per il rinvio dell'uscita del rapporto semestrale del Congresso sulle politiche valutarie prevista per il 15 aprile. Le possibili accuse contro Pechino, rea di manipolare la valuta tenendola artificialmente bassa, avrebbero potuto aprire un nuovo scontro tra la Repubblica popolare e gli Usa, i cui rapporti si sono via via raffreddati negli ultimi mesi a causa della vendita di armi americane a Taiwan, dell'incontro del presidente Barack Obama con il Dalai Lama e del caso Google. Negli ultimi giorni dopo la telefonata tra il presidente cinese Hu Jintao e Obama, le tensioni sembrano però essersi allentate. Lunedì prossimo Hu è atteso a Washington per prendere parte al vertice multilaterale sulla sicurezza nucleare. Dopo l'annuncio della nuova dottrina americana in materia, che prevede di non utilizzare armi nucleari contro gli Stati che hanno firmato il Trattato di non proliferazione, ma si riserva la possibilità di un attacco contro chi ne viola i termini, la Cina ha affermato di voler studiare attentamente la Nuclear Postur Review dell'amministrazione Obama. Sottolineando l'importanza della riduzione del numero delle armi nucleari, la portavoce del ministero degli Esteri cinese Jiang Yu ha annunciato che Pechino, in una strategia di natura difensiva, “manterrà le sue forze nucleari al più basso livello possibile, secondo le necessità di sicurezza dello Stato”. Una risposta alle accuse di “mancanza di trasparenza” rivolte da Washington al programma nucleare cinese. I discorsi sulla possibile rivalutazione dello yuan sembrano invece rinviati al summit del G-20 che si terrà sempre a Washington il 22 e il 23 aprile. Il condizionale è però d'obbligo. Intervistato dall'agenzia Reuters, Andrei Bokarev, numero due degli sherpa russi e funzionario del ministero delle Finanze ha definito “improbabile” ogni possibile discussione sullo yuan “perché i cinesi semplicemente non lo permetteranno”.

Anche su il Riformista

Foto:Devis Denis Photo