martedì 24 novembre 2009

Non si indaga sul terremoto

Tre anni di reclusione per aver cercato la verità sulla morte di migliaia di bambini, uccisi dal crollo degli edifici scolastici nel terribile terremoto del maggio 2008 nella provincia cinese del Sichuan. Huang Qi, noto dissidente e attivista per i diritti umani, torna così in carcere, condannato da Corte del popolo del distretto di Wuhou a Chengdu con l'accusa di «possesso illegale di segreti di stato». Ma i punti neri in questa «vendetta», come la chiama la moglie Hunag, Zeng Li, non sono pochi.

Di certo c'è l'impegno di Huang a sostegno delle famiglie che hanno perso i figli nei crolli degli edifici scolastici durante il terremoto del maggio del 2008. Allora, subito dopo il sisma, la Cina aveva mostrato il suo volto migliore e le immagini dei soccorritori che prestavano aiuto alle vittime avevano fatto il giro del mondo, ponendo un freno, seppur momentaneo, alle accuse di quanti protestavano per l'assegnazione dei giochi olimpici a Pechino e chiedevano al governo cinese il rispetto dei diritti umani. Un atto dovuto verso gli oltre 80 mila morti, 5000 dei quali bambini, e verso il lavoro dei volontari impegnati tra le macerie. Ma, dopo un'iniziale promessa per avviare un'inchiesta su eventuali responsabilità, al momento di cercare la verità sulla causa dei crolli di quelli che venivano definiti gli edifici di «tofu», le autorità si sono rifuggiate nell'impenetrabile segreto di stato. Ed è qui che entra in scena Huang Qi. Prima dell'arresto, avvenuto nel giugno 2008, Huang stava investigando sul crollo di numerose scuole durante il sisma. A Huang si erano perciò rivolti i genitori di cinque bambini morti sotto le macerie della Scuola media Dongqi ad Hanwang, intenzionati a intentare una causa di risarcimento contro le autorità locali.

In molti luoghi infatti le scuole sono stati gli unici edifici a crollare, facendo pensare che fossero state costruite senza tenere conto delle misure di sicurezza e spesso con materiali scadenti. Accusa sempre negata dal governo cinese, che in questa storia ha negato anche altro. Come la scarcerazione di Huang Qi per motivi di salute. Da mesi il suo avvocato, Mo Shaping, riferisce delle pessime condizioni fisiche di Huang che soffrirebbe di frequenti emicranie e insonnia, senza mai aver ricevuto visite e cure mediche appropriate. «Huang Qi dovrebbe essere considerato un cittadino modello – afferma Sam Zarif, direttore di Amnesty International per l'Asia e il Pacifico - ma oggi è una vittima della vaghezza delle leggi sul segreto di stato».

I dubbi rimangono. Alla moglie non è stato consegnata nessuna copia scritta del caso né della sentenza, mentre la prova della colpevolezza di Huang sarebbero per i giudici due documenti, regole per i funzionari su come gestire le petizioni di protesta dei cittadini, compilate da una non specificata autorità municipale, scovati dalla polizia in casa del dissidente. Non è però ben chiaro perché questi documenti debbano essere catalogati come segreti di stato. «La legislazione sul segreto di stato in Cina dev'essere rivista – continua Sam Zarif – la legge viene spesso usata per penalizzare gli attivisti per la tutela dei diritti umani e limitare la libertà di espressione». Limitazioni che il quarantaseienne Huang Qi conosce bene. Nel 1998 l'uomo ha aperto un sito internet che diffondeva notizie su persone scomparse o sequestrate per traffici umani, spostando poi la sua attenzione sulle ingiustizie e le denunce dei cittadini contro il governo. Un'attività classificata come «istigazione al rovesciamento dello stato» dalle autorità e costatagli una condanna a due anni e mezzo carcere. In prigione dal febbraio 2003 al giugno 2005, una volta scarcerato Huang ha però ripreso la sua attività a tutela dei diritti umani fino all'epilogo di ieri.

La difesa delle vittime del terremoto è un campo minato per chi vuole giustizia. A marzo è stato arrestato lo scrittore Tan Zuoren, un «sovversivo» per la polizia, «colpevole» di aver compilato un elenco dei bambini morti sotto il crollo delle scuole. Non è andata meglio ad Ai Weiwei, artista e attivista, interrogato dalla polizia e aggredito per aver lanciato sul suo blog una campagna per raccogliere i nomi di tutti gli studenti morti. E pochi giorni dall'invito pronunciato a Pechino da Obama per un maggior rispetto dei diritti umani Huang diventa il secondo dissidente a finire sotto processo. Prima di lui era toccato a Zhou Yongjun, ex leader del movimento di Tiananmen, ora accusato di non ben precisate frodi economiche.

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mercoledì 18 novembre 2009

Dialogo tra Obama e Hu: dall'Himalaya a Copenaghen


Il governo degli Stati Uniti riconosce il Tibet come «parte della Repubblica popolare cinese». La nuova era dei rapporti tra la Cina e gli Usa – il copyright è del New York Times - parte anche da qui Parlando a Pechino, davanti ad una platea di giornalisti provenienti da tutto il mondo, il Presidente americano Barack Obama ha riconosciuto quanto auspicato dalla controparte cinese, ossia la sovranità di Pechino sulla regione, occupata nel 1951 con un intervento dell'Esercito di Liberazione Popolare. Un atto, anticipato dalle rivelazioni riportate lunedì dal quotidiano di Hong Kong South China Morning Post, che in molti giudicavano «poco probabile», come spiegava allo stesso giornale il professor Jin Canrong, esperto di relazioni tra Usa e Cina dell'Università del Popolo di Pechino, che quantificava in «meno del 50%» le possibilità che ciò accadesse. Allo stesso tempo il premio Nobel per la Pace, ribadendo al suo omologo cinese Hu Jintao la sua convinzione sull'universalità dei diritti umani, ha spinto Pechino alla ripresa dei colloqui con i rappresentanti del Dalai Lama.

Una posizione altalenante, che conferma le difficoltà per l'amministrazione Obama nel instaurare un reale dialogo con Pechino sul tema. È infatti le reazioni al discorso del Presidente americano sono discordanti. «Apprezzo molto le parole di Obama sulla questione del Tibet» fa sapere il Dalai Lama da Bolzano, dove si trovava ieri per discutere gli sviluppi di un progetto della Provincia autonoma a favore del Tibet e del Napal. Ma il leader spirituale dei tibetani, oggi a Roma per prendere parte 5° Congresso Mondiale Parlamentare sul Tibet e incontrare il Presidente della Camera Gianfranco Fini, ha ben chiari «i forti limiti» che impedirebbero agli Usa di «esprimersi come vorrebbero». Considerazioni «diplomatiche», lontane dal duro attacco riservato al Presidente statunitense dal Urgen Tenzin, direttore esecutivo del Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia. Intervistato da AsiaNews, Tenzin ha voluto ricordare il «dovere morale» che incombe su Stati Uniti e potenze occidentali in tema di democrazia e diritti umani, giudicando «disdicevole» il silenzio dei leader mondiali che «cercano di compiacere la Cina». Parole dure, che contrastano con le aperture del Dalai Lama, che si dice «sempre» pronto al dialogo con Pechino, riconoscendo alla Cina «la capacità di adeguarsi ai cambiamenti».

Tibet a parte, gli argomenti sul tavolo del colloquio tra Obama e Hu Jintao sono stati tanti e tutti spinosi. Dall'economia, con l'opposizione cinese ad ogni forma di protezionismo commerciale, alla politica estera, questione nucleare iraniana e ripresa dei colloqui a sei con la Corea del Nord, passando per l'ambiente. E proprio il tema climatico è stato al centro dell'attenzione dei due leader, decisi a trasformare la conferenza di Copenaghen sul clima in un successo. «Il nostro obiettivo non è un accordo parziale o una dichiarazione politica – promette Obama - ma un accordo che copra tutte le questioni dei negoziati e che abbia un effetto operativo immediato». Quali siano però i contenuti di tale accordo è difficile da dirsi. Le parole di Obama e Hu rappresentano infatti un inversione di rotta a 180 gradi rispetto a quanto deciso solo due giorni fa al vertice Apec (Asia-Pacifico) di Singapore. Proprio in quell'occasione la sintonia tra Usa e Cina, i due principali produttori mondiali di Co2 al mondo, entrambi contrari a prendere impegni concreti e vincolanti sulla riduzione delle emissioni, aveva fatto saltare ogni accordo. Per Pechino la riduzione dei gas serra spetta soprattutto ai paesi maggiormente industrializzati. Obama invece deve prima affrontare l'opposizione del Congresso, le lobby industriali e l'ira dei consumatori abituati ad aver l'energia a basso costo, tutti contrari ad una decisione, la riduzione delle emissioni, che, senza l'impegno della Cina a fare altrettanto, sarebbe inutile e dannosa per l'economia americana.

Posizioni che avevano fatto gridare in molti al fallimento della conferenza, giudicando «irrealistico» aspettarsi un accordo internazionale completo da negoziare prima dell'inizio del vertice, il 7 dicembre. Ma un accordo politico non vincolante sarebbe troppo poco per un summit concepito per fissare target ambiziosi per il taglio dei gas serra e raccogliere fondi per aiutare le nazioni povere a fermare il riscaldamento globale. Un fallimento alla prima uscita di quello che ormai tutti definiscono il G2 non è nei desideri di nessuno, né della Cina né degli Usa.

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martedì 17 novembre 2009

Il "grande padre del mondo" e gli studenti cinesi

Zhao Lianhai non è uno dei selezionatissimi studenti che ieri, a Shanghai, ha potuto ascoltare il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, parlare di «libertà di religione, d'informazione e di partecipazione politica» come «valori universali». Responsabile di un gruppo di genitori i cui figli sono stati avvelenati con il latte alla melanina nel settembre 2008, secondo quanto riporta l'associazione Human rights in China, Zhao è dal 13 novembre agli arresti. Con lui sono finiti in cella molti noti dissidenti ed attivisti, tutte voci fuori dal coro, che avrebbero potuto turbare la prima visita ufficiale di Obama in Cina. Un viaggio - iniziato domenica a Shanghai e che da ieri fino a mercoledì proseguirà a Pechino- per consolidare i rapporti tra Usa-Cina.

Una visita che il Presidente americano ha voluto iniziare rendendo onore al premio Nobel per la Pace del quale è stato recentemente insignito. Davanti ai trecento giovani che componevano la platea del Museo della tecnologia di Shanghai, Obama ha parlato di libertà e diritti. Diritti umani che, ha affermato l'inquilino della Casa Bianca, « dovrebbero essere garantiti a ognuno, anche alle minoranze etniche e religiose, tanto che vivano negli Stati Uniti, in Cina o altrove». Una premessa che si discosta, e di molto, dall'approccio tenuto dal segretario di Stato americano Hillary Clinton durante il suo viaggio a Pechino lo scorso febbraio. Allora a farla da padrone fu l'economia e non venne spesa nessuna parola sul rispetto dei diritti umani. Obama parla invece di libertà, coniugata in tutte le sue forme: di espressione, di partecipazione,di religione. Una risposta a quanti, prima del suo arrivo in Asia, si sono appellati a lui perché non si dimenticasse dei diritti umani. È il caso del noto artista ed attivista Ai Weiwei, che dalle pagine del Newsweek afferma di apprezzare Obama «perché rappresenta una speranza per l'America e per il mondo», ma proprio per questo reputa «inconcepibile che visiti la Cina senza mettere in agenda i diritti umani». Anche Ding Zilin, fondatrice delle Madri di Piazza Tiananmen, ha chiesto con una lettera aperta al Presidente americano di intervenire in favore di Liu Xiaobo, l'intellettuale in prigione da quasi un anno per aver promosso il documento pro-democrazia Carta 08. Abbattere il “Great Firewall”, il sistema di censura che limita e «armonizza» l'accesso a internet in Cina, è invece la richiesta di Beifeng, popolare blogger cinese. Un invito accolto da Obama, che nel suo discorso ha affermato, da «grande sostenitore della libertà completa nell'uso di internet», di essere «contrario alla censura».

Parole che sarebbero piaciute ai dissidenti e agli attivisti arrestati, o costretti agli arresti domiciliari, alla vigilia dell'arrivo del Presidente americano. Personalità come Qi Zhiyong, dissidente gambizzato dai carri armati durante la protesta di Tiananmen nel 1989, che in una intervista all'agenzia di stampa tedesca Dpa ha confermato di essere agli arresti domiciliari dallo scorso nove novembre. O come Zhang Hui, direttore dell’istituto di ricerca Mr Democracy, posto dalla polizia sotto stretto controllo.

Ma Obama, pur con un'intrusione su un tema - quello dei diritti - che Pechino considera di stretta politica interna, tende la mano ad una Repubblica popolare «forte e prospera» della quale non vuole contenere la crescita. Non manca inoltre il pieno sostegno americano alla «politica di una sola Cina», affinché possano migliorare i rapporti tra Taiwan e la Repubblica Popolare Cinese. Il vero nodo rimane però il rapporto tra Washington e il Tibet. Secondo le indiscrezioni apparse ieri sul quotidiano di Hong Kong South China Morning Post ,che cita anonime fonti diplomatiche cinesi, nei desideri di Pechino il Presidente americano dovrebbe riconoscere pubblicamente la sovranità cinese sulla regione. E per fare pressioni su Obama, il ministero degli Esteri cinese ha scomodato addirittura Abramo Lincoln, giudicando incompatibile l'ammirazione del premio Nobel per il Presidente che ha abolito la schiavitù negli Usa con il sostegno alla causa tibetana. La regione infatti, afferma Pechino, è stata liberata dalla schiavitù nel 1951, con l'occupazione da parte dell'Esercito di liberazione popolare. Una proposta che difficilmente verrà accettata. Per ora Obama ha conquistato i giovani studenti presenti all'incontro. Per i «futuri leader della Cina» il Presidente Usa è il «grande padre del mondo». Da oggi, però, dovrà convincere gli attuali leader del Paese di mezzo.

Oggi su il Riformista

Terremoto editoriale in Cina


Hu Shuli ha lasciato la direzione di Caijing, la pubblicazione economica più influente della Cina. Dopo un mese di indiscrezioni e voci, che hanno spinto i due terzi della redazione a rassegnare le dimissioni, l'ufficialità della notizia ha gettato nello scompiglio il mondo del giornalismo cinese. La Cina rischia così di perdere una delle voci più libere nel suo panorama editoriale. Fondata nel 1998 dalla stessa Hu Shili e dal banchiere Wang Boming, Caijing si è da subito caratterizzata per la sua indipendenza e per la volontà di portare avanti un giornalismo investigativo e di denuncia, che ha fatto guadagnare alla sua cinquantaseienne direttrice, l'appellativo di “donna più pericolosa della Cina”.

Un titolo conquistato sul campo, grazie ad inchieste e scoop esplosivi. Nel 2000 fu proprio Caijing a denunciare alcuni casi di insider trading ad opera di alcuni potenti uomini d'affari del paese. E fu ancora la rivista diretta da Hu a condurre una serie di inchieste sulla SARS nel 2003 e a investigare sulle ragioni del crollo di numerose scuole - causa della morte di migliaia di bambini - in seguito al devastante terremoto che ha colpito la provincia del Sichuan nel maggio 2008. Inchieste scomode, ma gradite al pubblico, che hanno fatto diventare Caijing magazine la rivista economica più venduta del paese. Un successo che non ha impedito il sorgere di contrasti tra Hu e la proprietà del giornale, il colosso di Hong Kong Stock Exchange Executive Council (Seec). Contrasti che Hu avrebbe voluto appianare allargando la compagine azionaria e favorendo l'ingresso di nuovi investitori, così da limitare il potere di controllo della Seec. Un progetto poco gradito all'attuale maggioranza, che preferirebbe una linea meno combattiva e più incline alle esigenze dell'establishment. Per far valere la propria posizione, la Seec ha fatto pressione su uno dei punti vitali dell'editoria, la pubblicità, sottraendo alla rivista la maggior parte degli introiti pubblicitari. Troppo per la combattiva Hu Shuli, un passato da Guardia Rossa durante la Rivoluzione culturale e da simpatizzante degli studenti che manifestavano a piazza Tiananmen nel giugno 1989. Con lei sono pronti a lasciare Caijing almeno settanta giornalisti che con lei potrebbero dar vita ad una nuova pubblicazione chiamata Caixin.

Le dimissioni di Hu sono state definite “un disastro” da David Bandurski, direttore del China Media Project dell'Università di Hong Kong, che ha visto tra i suoi ricercatori anche la signora Hu. Un riferimento al recente discorso del responsabile della propaganda del Partito comunista, Li Changchun, che in occasione della “Giornata del giornalista, ha esortato i cronisti a rafforzare il controllo del Partito sull'informazione. Discorso al quale ha fatto seguito l'inchiesta del South China Morning Post che, citando una ricerca di un avvocato pechinese, traccia un quadro desolante del giornalismo cinese, caratterizzato dal preoccupante aumento dei casi di giornalisti coinvolti in fenomeni di corruzione.

Uscito sul Fatto quotidiano

lunedì 16 novembre 2009

Proteggere i media cinesi



Ogni domenica China-Files propone la traduzione di un articolo di una rivista cinese. Questa settimana è la volta di un articolo apparso il 29 ottobre sul Nanfangzhuomo (南方周末) a firma di Huang Xiuli, sulla libertà di espressione e sulle proposte al riguardo lanciate dall'Associazione dei giornalisti cinesi.

L'Associazione cinese dei Giornalisti
(中国记协zhōngguó jìxié): i media dovrebbero godere di protezione legale in quattro casi fondamentali.

La relativa proposta di legge ancora non è stata recepita dall'ANP. Da parte dell'Associazione dei Giornalisti Cinesi arriva la proposta per un disegno di legge mirante ad ottenere garanzie legali per i giornalisti in quattro “situazioni” fondamentali. La proposta andrebbe ad implementare la legislazione vigente in materia di libertà di espressione, con l'intento di introdurre e spiegare quali sono i quattro casi fondamentali in cui i media dovrebbero godere di garanzie legali, ovvero quando i giornalisti non dovrebbero più esser chiamati a rispondere in quanto responsabili. Continua a leggere

sabato 14 novembre 2009

Chiedi a Obama


I soldati americani non sono ben visti in Afghanistan, perché continuate ad uccidere i loro civili? I media russi riportano la notizia che gliStati uniti cederanno la California alla Cina nel 2010. Cosa ne pensa? L'America è uno stato socialista? Come si è meritato il premio Nobel per la Pace? La prego, sia onesto!

Sono solo alcune delle domande che il popolo di internet cinese ha rivolto al presidente americano Barack Obama, atteso per domani a Shanghai, dove avrà inizio la sua prima visita ufficiale in Cina. E le polemiche non mancano. "Signore presidente,lei ha appena datoil via ad una guerra comemrciale contro di noi - si chiede un utente in riferimento ai dazi imposti dal governo statunitense sulle importazioni di pneumatici prodotti in Cina - non crede sia il momento meno opportuno per farci visita?".

I punti caldi rimangono Tibet e Taiwan. "Rispetti i sentimenti dei cinesi" chiede qualcuno, esortando Obama a non incontrare il Dalai Lama. Mentre un meno diplomatico internauta invita il premio Nobel a "non impicciarsi della politica interna cinese".

I meno agguarriti mettono da parte la politca e si interessano al basket.C'è chi chiede ad Obama di far vincere l'anello NBA ai Houston Rockets della stella cinese Yao Ming e chi, amante della musica, chiede ad Obama di delizziarlo in un'imitazione di Michael Jackson. Anche questi, nel bene e nel male, tutti sintomi dell'Obama-mania.

Foto di Shazari

venerdì 13 novembre 2009

La vita pericolosa dei cinesi in Angola

Non c'è pace per i lavoratori cinesi in Angola. A Luanda, capitale dello stato africano, si susseguono da mesi le rapine e le aggressioni contro la comunità cinese. Una situazione intollerabile per i lavoratori, che sempre più spesso decidono di abbandonare l'Africa e far ritorno a casa, creando non pochi problemi ai rapporti commerciali tra i due paesi.

«Aggressioni in stile mafioso» le definisce, in un'intervista all'agenzia AFP,, Eddie Zhang, responsabile della Shanghai Urban Construction Group, l'impresa incaricata della costruzione del nuovo stadio di Luanda, uno dei bersagli delle violenze.«Non si tratta di normali rapine, sono pianificati, come gli attacchi mafiosi – continua Zhang – prima vengono in ricognizione, poi tornano con gli AK-47». Gli fa eco Xu Ning, presidente del Chinese Business Council di Luanda, per il quale quest'ultimo attacco è solo «la punta dell'iceberg». Rapine a mano armata, furti, stupri e altri generi di violenze contro la comunità cinese sono all'ordine del giorno, spiega Xu, ma la situazione sembra essere peggiorata negli ultimi mesi.

La lista degli attacchi è lunga. Tra i più cruenti l'aggressione lo scorso mese, nella periferia di Luanda, a tre lavoratori cinesi, prima derubati e poi ustionati con l'acqua bollente. O l'omicidio di un imprenditore a Vianna, uno dei distretti della capitale, ucciso per aver provato a resistere ad una rapina.

Il boom dei rapporti economici tra Cina e Africa ha intensificato, non senza problemi, l'afflusso di lavoratori cinesi nel Continente. Solo in Angola, il principale partner commerciale della Cina in Africa, la comunità cinese conterebbe oltre 50 mila immigrati, impiegati soprattutto nella costruzione delle infrastrutture: dalle ferrovie alle autostrade, dagli hotel e alle case.